ONCEIM, Marclay, Barbieri: foschia, ottoni e altre costellazioni inaugurali al Romaeuropa Festival 2026

Data dell’evento: 9 settembre 2026

Luogo: Auditorium Conciliazione, Roma

Interpreti: ONCEIM – Orchestre de Nouvelles Créations, Expérimentations, et Improvisations Musicales, Caterina Barbieri

Prologo

Una delle forse ultime serate estive di calura romane, il 9 settembre 2026, si prepara il secondo evento inaugurale del Romaeuropa Festival 2026.

A primo acchito, la frase precedentemente letta sembra non celare alcuna stranezza, ma subito dopo giunge una perplessità sulla programmazione di tale festival: perché la scissione in due serate inaugurali presso lo stesso luogo ma con eventi distinti?

GiornoEvento
martedì 8 settembre 2026 ore 21:00evento coreutico
mercoledì 9 settembre 2026 ore 21:00evento musicale
Tabella riepilogativa dei due eventi che non riporta dettagli degli stessi.

Premettendo che chi vi scrive è stato presente solamente la seconda serata di quelle menzionate e senza indugiare, resterei con il beneficio del dubbio per il resto di questa breve lettura. Vorrei però precisare che gli eventi sono stati pubblicizzati in ogni dove come entrambi relativi all’inaugurazione del festival, ma se l’etimologia di inaugurare risulta chiara sia a te che a me, caro lettore, è possibile dar principio a qualcosa due volte di seguito in due giorni diversi?

La scoperta delle costellazioni?

Tralasciando le questioni inauguro-organizzative, giungiamo al dunque: la musica.

Il programma della serata ha previsto:
Constellation di Christian Marclay eseguito da ONCEIM della durata di 30 minuti
Non puoi contare l’infinito di Caterina Barbieri eseguito da ONCEIM e Caterina Barbieri della durata di 45 minuti
Caterina Barbieri Live 50’ For electronics, vocal Ensemble and brass della durata di 50 minuti

Marclay, forse ai più rinomato per la sua installazione dal titolo The Clock (con cui vinse il Leone d’Oro nel 2011 alla Biennale di Venezia) ha espresso nella mezz’ora di musica interpretata dall’orchestra francese, un qualcosa che si avvicinava a tratti ad una musica contemporanea, tuttavia alcune volatine jazz hanno spesso portato fuori dall’attenzione la magmaticità che invece si era andata instaurando nel suo lavoro orchestrale Constellation. Il brano apertosi con “respiri” orchestrali che comprendevano la presenza di una fisarmonica (che ricorda forse l’interesse per essa di alcuni lavori dello stesso autore come Virtuoso), archi, ottoni, fiati, pianoforte, percussioni e chi più ne ha più ne metta, è stato una seconda esecuzione per il Romaeuropa Festival (inspiegabile tra l’altro due anni di seguito all’interno di programmi diversi dello stesso festival). Tutto sommato il brano del californiano ha espresso delle sonorità, sì contemporanee, ma piegate ad orecchie per un grande pubblico (data la capienza di circa 2000 posti dell’Auditorium Conciliazione) che sono risultate per lo meno incastonate di alcune rarissime gemme.

ONCEIM e Caterina Barbieri all'Auditorium Conciliazione di Roma durante il Romaeuropa Festival 2026
ONCEIM e Caterina Barbieri all’Auditorium Conciliazione di Roma durante il Romaeuropa Festival 2026.

Al termine del primo brano un lungo cambio palco (più lungo dei 15 minuti che erano stati comunicati) ha fatto riconfigurare la scena, posizionando centralmente la postazione per la Barbieri. Non puoi contare l’infinito ha tracciato quasi da subito una linea netta con il brano precedente, micro gruppi strumentali, batteria, chitarra elettrica e voci hanno modificato il timbro complessivo del concerto, portando sino all’ingresso dell’intervento della Barbieri e dei suoi synth (non erano ben visibili data la poca visibilità creata dagli effetti scenici delle luci ma alcuni degli strumenti da lei posseduti si possono osservare qui). Se già dall’inizio i modi di scrittura con cellule ritmiche e melodiche ripetute si erano andati intensificando, con il progredire del brano si è iniziato a percepire, anche grazie all’introduzione della voce (e poi delle altre voci), un gusto musicale scontato e vicino a dinamiche dialoganti direttamente reminescenti di ambienti dance e in generale pop. L’utilizzo della voce, gratuito e con sequenze tenute a loop di arpeggiatori di più di 1 o 2 minuti, ha reso nel complesso tutto secco e sempre più stucchevole, coadiuvato dallo “spettacolo” di luci realizzato appositamente per il brano.

Caterina Barbieri al Romaeuropa Festival 2026 durante il suo live.
Caterina Barbieri al Romaeuropa Festival 2026 durante il suo live.

Senza focalizzarsi troppo sul secondo brano, passiamo a dopo l’intervallo (di durata interminabile e maggiore sicuramente dei 20 minuti paventati nel “programma di sala”). Aperto il sipario, una grande foschia generata dalle macchine del fumo ha subito immerso in un contesto totalmente sgomberato dalle sedute per gli strumentisti presenti nei due brani precedenti, nel quale la figura della Barbieri di 3/4 si è andata a stagliare al centro del palco. Il rito dell’arpeggiatore, percepito solo in parte nel brano precedente, si è andato consumando, minuto per minuto, intervallato da sezioni canore in cui la stessa Barbieri (come per il brano precedente) ha inserito sue parti cantate. Facendo un cenno dietro le quinte ad un certo punto del medley che si andava creando, ha chiamato dopo i suoi vari a solo, l’ensemble di ottoni (ricordiamoci sempre degli ottoni per la prossima sezione) e quello vocale che hanno realizzato altre interminabili profusioni melodiche e che strizzavano l’occhio (o meglio l’orecchio) alle 1700 persone presenti in sala (qualcuno si era perso del pubblico iniziale, ed iniziando a divenire una certa ora, era scappato prontamente). La iniziale foschia è divenuta una costante per tutta l’esecuzione che ha portato la sala a divenire nebulosa e piena di effetti luminosi (alcuni di essi hanno cercato di creare in diversi momenti giochi di costellazioni sul soffitto della sala tramite dei laser). La stessa sala ha visto dopo i convenevoli iniziali un momento con vari soggetti ascoltatori che ondeggiavano la testa avanti e indietro a ritmo di arpeggiatore, che ha subito portato tutti in una dimensione di festival IDM. Tale rito dell’arpeggiatore si è andato consumando sempre di più sino a divenire il mantra (non quello Stockhauseniano, si badi bene) che ha fatto giungere il live alla sua conclusione.

L’amplificazione e la dinamica generale del concerto

Vi ricordate degli ottoni, vero? Quei pestiferi strumenti di latta sono stati sicuramente centrali all’interno di tutto il programma fin qui descritto, ma cosa hanno in comune ottoni e un’amplificazione esagerata?

Se ve lo stesse ancora chiedendo, la risposta è: nulla.

Sia gli ottoni che gran parte degli strumenti, a partire dall’orchestra iniziale, hanno sùbito processi di amplificazione costantemente smisurati; la configurazione del palco con line array posizionati ai lati dello stesso ha fatto sì che anche al lato delle poltrone di platea si avesse costantemente una dinamica spropositata, alle volte tendente alla soglia del dolore. Seppur elevata anch’essa, la dinamica dell’orchestra e degli altri strumenti (oltre agli ottoni) è stata di fatto più omogenea, mentre la parte elettronica ha realizzato sino all’ultimo una competizione dinamica con gli ottoni, se non superandoli a tratti.

Ascoltando dalle poltrone della platea (dalla fila 16 sulla sinistra) come vi dicevo, il concerto è risultato praticamente ad un solo canale, rappresentato dal line array prima menzionato. Ciò ha fatto sì che il suono provenisse sempre e comunque dall’alto, con una conseguente denaturazione di tutti gli elementi orchestrali e spaziali che si sarebbero potuti percepire con un’altra tipologia di amplificazione (vedasi ad esempio tramite l’utilizzo di ritardi dei segnali impostati ad hoc su ogni strumento, filtraggi e disposizione di altoparlanti in posizioni diverse, etc…), ma che sicuramente sarebbe stata più complicata da realizzare ed installare in tale luogo e con tale capienza (anche se sicuramente, a livello economico, alla portata degli organizzatori).

Al margine

Si vogliono qui riportare altri elementi che hanno concorso alla descrizione del concerto riportata sino ad ora.

Il programma di sala

Di esso riporto la scansione, per chiedere anche a te lettore: può esso definirsi programma di sala?

Quattro righe che riportano nomi, durate e poco più, sul retro un qr code che lascia intendere che un programma più approfondito sia disponibile online. Tali speranze vengono presto meno, dopo aver aperto il link a cui il qr code rimanda, si resta nuovamente con l’amaro in bocca (altre quattro righe con le biografie).

Qui puoi visualizzare il programma di sala accessibile tramite il qr code.

Intervalli e pause

Come descritto sino ad ora, le pause e gli intervalli tra un brano ed un altro, hanno fatto sì che il concerto venisse sminuzzato in tre grandi tranche. Se si voleva cercare di dare una qualche unità al programma presentato, tali pause hanno spezzato del tutto il continuum che si voleva cercare di creare, resta dunque da pensare che tali scissioni tra un brano ed un altro siano state intenzionali, andando a far pensare che non si sapeva come collegare tra loro i vari elementi del puzzle, ma che si è comunque cercato di formare un contenitore in cui tutto poteva essere inserito.

L’illuminotecnica

Seppur di notevole centralità, la parte dell’illuminazione ha mostrato in vari momenti pecche non indifferenti: la sincronizzazione con i respiri descritti all’inizio, inizialmente funzionante e funzionale, è finita per diventare ripetitiva e scontata verso la fine del brano. Gli elementi che si sono andati a innestare nelle espressioni Barbieriane hanno non poche volte mostrato pecche ed errori che da un evento del genere non ci si aspetterebbe.

Epilogo

Tutto porta quindi a molte domande, soprattutto di natura altra rispetto al contenuto di questo singolo concerto. Siamo sicuri, come esseri e musicisti viventi nella contemporaneità, che sia necessaria questa sintetizzazione di malinconia che la direttrice della Biennale Musica 2026 (e 2025) stia portando avanti? Siamo coscienti che l’avamposto è saltato nelle acque lagunari partendo da una stella che ha scombinato un sistema solare per farci giungere a elementi che in teoria vogliono richiamare a uno stupore infantile ma che di fatto propongono una “musica” che a chiudere gli occhi non è diversa da quella di 30 o 40 anni fa?

Sorvolando gli elementi jazzistici descritti inizialmente per il brano di Marclay, si è assistito quindi ad una prosopopea di elementi che hanno portato l’elettronica ad essere di una galassia che ha oramai inglobato stelle appartenenti a diverse costellazioni, ma siamo sicuri che sia tutto così naturale e che debba tutto andare per questo verso?

La domanda ultima quindi è: ciò che ci è stato proposto nel programma del concerto descritto è nato sotto una buona stella, o qualche elemento politico-gravitazionale ha fatto sì che la stella (e quindi le costellazioni a lei vicine) potessero infondere in festival internazionali una ri-brandizzazione del termine “musica elettronica”?

Roma, 11 settembre 2026

Post scriptum

Il biglietto del concerto non è stato in alcun modo sovvenzionato da qualsivoglia ente, l’acquisto è avvenuto indipendentemente dall’organizzazione del festival e senza usufruire di alcuna riduzione.